Il lago di Viverone e la città sommersa

Il lago di Viverone
Il lago di Viverone

Il tema delle acque che, a punizione degli uomini (punizione dalla quale solo pochi buoni si salvano), sommergono paesi, città, regioni, come ci appare nel mito di Bauci e Filemone, così efficacemente ricordato da Ovidio, o anche che sommergono la terra tutta, così come ci è reso nella favola di Deucallione e Pirra e soprattutto nella biblica vicenda del diluvio universale, rivive nella leggenda del biellese lago di Viverone, leggenda che offre una analogia quasi perfetta con quella bretone d’Is, e rivive il tema antico, illegidrito da un soave profumo mistico-cristiano e da uno squisito senso poetico, poichè la leggenda (tutte le leggende) è in genere scaturigine continua di poesia e la poesia è leggenda che spesso rinasce.

…In fondo al lgo è una città: una chiesa sta sotto l’acqua in un incanto blu.
“Campanaro, perchè suoni a distesa?”
“E’ nato un bimbo …din don dan… Gesù”

Là ove si stende il lago di Viverone, detto anche di Azeglioo di Anzasco, che offre la sua avvincente bellezzamutevole conforme l’ora, il tempo e la stagione, sorgeva, secondo la popolare credenza, forse nei primordi del cristianesimo, un borgo od una città denominata San Martino.
Si narra che la maggior parte della popolazione non osservasse le divine leggi della Redenzione, e che, sorda ad ogni ammonimento, serbasse, nelle idee e nei costumi, l’impronta del paganesimo. Ora Dio, che è vera bontà, ma anche l’inesorabile giustizia, volle provare la gente di San Martino e, sotto le spoglie di un mendicante del quale egli rivestì la misera natura umana, se ne andò per le vie della città, bussando di porta in porta, invocando l’elemosina. Ricevette sgarbi ed insulti.

Sotto le spoglie di un mendicante, Il lago di Viverone e la città sommersa.

Solo poche famiglie accolsero il misterioso mendicante caritatevolmente ed accompagnarono il soccorso con quella cordialità di parole che lo rendono maggiormente prezioso.
La sorte di San Martino fu segnata.
Nella notte un Angelo apparve in sogno ad ogni capo di quelle famiglie misericordiose e ad ognuno ingiunse di mettersi in salvo con i suoi cari, le masserizie ed il bestiame, che l’ira di Dio pendeva sulla città maledetta. Essi ubbidirono al divino comando e alle prime luci dell’alba si rifugiarono sulle alture circostanti. Non appena i buoni furono al sicuro, un turbine di vento sibilò sinistramente, il cielo si oscurò come per minaccia di una formidabile tempesta e, a questi segni precorritori di carattere apocalittico, fecero seguito violentissime scosse di terremoto che aprirono una voragine sotto le fondamenta della città, che venne inghiottita. Subito dal fondo scaturirono con violenza le acque che la sommersero, lasciando solo fuori dalle onde, in parte, la chiesa, la campana della quale stormiva a lungo con rintocchi disperati di richiamo. Da una delle finestre si scorgeva brillare il lumicino accesso innanzi al Santissimo Sacramento. I buoni che erano scampati dall’ira divina e tremenda si inginocchiarono e resero grazie al Signore. Intanto continuava l’inquieto richiamo della campana. Essi compresero la voce di Dio: il SS. Sacramento doveva essere salvato! Chi poteva trarlo al sicuro? Colui che fra di loro era il più innocente. Scelsero un fanciullo: toccava appena i due lustri ed aveva l’anima luminosa come quella degli angeli. Dopo che il sacerdote l’ebbe benedetto, si slanciò tra i flutti e poichè sapeva abilmente nuotare in breve raggiunse la chiesa; entrò dalla finestra, aprì il tabernacolo, ne tolse l’Ostensorio e la Pisside, rinchiuse i sacri oggetti in una borsa di cuoio che recava a tracolla ed a grandi bracciate raggiunse la riva. Subito dopo la chiesa sprofondò nelle acque.
Allora il sacerdote, attorno al quale si raggrupparono i buoni, sollevo sopra di essi, devotamente prostrati, l’Ostensorio e la Pisside e li benedisse.
Indi in nome di Dio giurarono di fondare un nuovo borgo di fronte a quel lago che, sorto in virtù di un prodigio, aveva sommerso l’antico. Così si narra riguardo all’origine di Viverone. Presso al lago, in seguito, la pietà dei fedeli eresse una chiesetta dedicata alla Vergine, che, prendendo il nome dalla località, detta anticamente Ursacio (oggi Anzasco), molto probabilmente perchè la plaga era un tempo infestata dagli orsi, fu denominata Santa Maria de Ursacio.
Semplice è la leggenda, ma noi dobbiamo guardare oltre alla ingenuità di queste popolari narrazioni ed allora ci appare palese il senso di cristiana filosofia, di ammonimento, e il carattere evangelico di parabola onde molte di esse sono pervase.

Il lago, e la città sommersa
Il lago, e la città sommersa – foto www.viaggiaescopri.it

Nella “Città sommersa” che mantiene a galla la sua chiesa insino a che privata del SS. Sacramento, essa può ben sprofondare con tutto il resto della città e con la sua gente colpevole, e nella adorazione dei fedeli superstiti prostrati innanzi l’Ostensorio, non scorgiamo noi il simbolo della Chiesa Cattolica, la quale, contro gli incalzanti marosi della iniquità, della empietà dell’ateismo, eternamente resiste in tutta la sua divina potenza? Anche oggi la popolare credenza vuole che si odano passare, talora, sui flutti, nelle pause del vento, i rintocchi della campana della chiesetta di San Martino, e che, quando le acque sono limpide e sereno è il cielo, si scorga la visione nel fondo del lago, della città sommersa.
A proposito della effige della Madonna che si venera nella chiesetta di Anzasco presso il lago, e alle origini di questo sacro edificio (di cui già ho fatto cenno), un uomo di Viverone, Pietro Pastore, mi narrò una leggenda appresa dai suoi vecchi e che si integra con quella della città sommersa.
Nelle passate età, parecchio tempo dopo che la città di San Martino era scomparsa inghiottita dalle acque, quattro pescatori (due erano di Viverone e due di Piverone) affondarono la rete nel lago. Ad un tratto la rete diventò pesante. “Buona pesca – essi dicono – per qualche giorno potremo farcela bene colle nostre famiglie!”
Quale fu la loro sorpresa quando scorsero in luogo dei pesci che attendevano, un quadro della Vergine che subito supposero essere quello appartenente alla chiesa scomparsa. Lo trassero a riva e si inginocchiarono innanzi ala sacra immagine venerandola. Poi decisero di disporre che fosse eretta una cappella o anche una chiesa. Mentre trasportavano il quadro, quei di Piverone dissero: “La chiesetta dovrà sorgere qui in riva al lago”. (La spiaggia nella località di Anzasco appartiene al paese di Piverone). “NO – dissero quelli di Viverone – perchè il quadro l’abbiamo trovato nel lago che è nostro”. (infatti lo specchio delle acque appartiene a Viverone).
Mentre stavano discutendo e anche altercando, una luce abbagliante li folgorò rendendoli fuggevolmente ciechi. Terrorizzati lasciarono sfuggire il quadro che cadde sulla spiaggia appartenente a Piverone. Con ciò la prodigiosa effigie diede palese dimostrazione della sua volontà di aver nel territorio di Piverone il luogo del suo culto.
Così dunque sorse la chiesetta che coll’andar del tempo, mutando, come ho detto, il nome della località da Ursacio in Anzasco, fu detta di Santa Maria di Anzasco: la festa patronale ricorre l’8 di settembre. La navata della chiesetta è la parte più antica, come scrive il sac. Boratto, studioso di storiografia locale, “e non mancano indizi di relativa sicurezza per farla risalire fino al primitivo Ursacio, che è quanto dire fino al 1200 almeno”.

Il lago di Viverone e la città sommersa
Il lago di Viverone e la città sommersa – foto www.viaggiaescopri.it

“Al suono lontano un brivido corre misterioso, per l’anima mia.
Una brama infinita, un affanno profondo m’invadono il cuore”

Indimenticabile mi è apparso il lago della leggenda, suggestivo sempre, in un pomeriggio di tardo autunno. Scendevano le ombre nella fredda atmosfera. La luna falcata s’affacciava occhieggiando fra gli alti pioppi: l’acqua era di un grigio metallico: di fronte le colline si stagliavano nere su di un cielo di indescrivibile bellezza, tutto soffuso di luci madreperlacee,percorse a tratti da rade pennellate di cupa nuvolaglia. A ponente, oltre la sagoma scura degli alberi e la frangiatura delle fronde, ardevano all’orizzonte tonalità di fiamma che il tramonto sembrava avesse dimenticato e che invano le viole del crepuscolo tentavano di offuscare. Il lago, percorso da fuggevoli brividi e da brevi increspature, sembrava apparecchiarsi all’imminente notturno riposo. Mi curvai alquanto su quelle lievi onde grigio azzurrine: forse, chissà, dal profondo delle acque si potranno ad un tratto sprigionare, come una preghiera, dal campanile della chiesetta sommersa, i rintocchi della pia campana? E stetti così in ascolto nella dolce suggestione che era permeata ad un tempo di magico incanto e di religiosa poesia.
Sulla proda erbosa, testimonio di fede e di amore di popolazioni antiche, biancheggiava Santa Maria de Ursacio.

 

Virginia Majoli Faccio
L’incantesimo della Mezzanotte
il biellese nelle sue leggende

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