Le tradizioni funebri biellesi

Coggiola - rito funebre - ph. credit delcampe.net
Coggiola - rito funebre - ph. credit delcampe.net

Le credenze, le leggende e le tradizioni funebri, sopravvivono tuttora, al pari di pallidi e fantasiosi crisantemi coltivati dalla pietosa memoria popolare, presso tombe antiche e recenti. E questa sopravvivenza, la quale non va mai esente da un che di tenacemente superstizioso, mette tuttavia in rilievo l’amore per la propria terra, per la propria famiglia, la venerazione alla memoria degli avi, una gentile e poetica nostalgia del tempo che fu, il culto dei defunti, e la fede in una vita futura nella quale, a seconda delle nostre azioni, si otterrà il premio o il castigo.
E’ tradizione nelle campagne del biellese, e particolarmente dell’alta Valle del Cervo, ammanire sul desco, alla vigilia del giorno dei morti, prima di andare a coricarsi, castagne e vino nuovo, affinchè le anime, che in questa notte sacra si crede ritornino fra noi, trovino di che rifocillarsi. La credenza che gli spiriti debbano nutrirsi è antichissima e ancora vice in talune parti del mondo non come superstizione, ma come verità di fede.

Si dice nell’alta Valle del Cervo, e la leggenda è diffusa anche in altre località del biellese, specialmente a Cossato, che nella notte sacra ai morti, le porte del paradiso e del purgatorio (inferno escluso trattandosi di una processione espiatoria) si aprono e che in tale ricorrenza l’eterno padre permetta alle anime di tornare alla loro terrena dimora.
E va la teoria degli estinti, invisibile ad occhio umano, recando ognuno il dito mignolo della mano destra acceso. Ritornano nelle loro case, là ove hanno vissuto la loro breve vita terrena (breve anche quando è lunga) intessuta di poche gioie e di molti dolori, fiorite di opere buone, o greve, forse, di peccati. Alla loro terrena dimora ritornano per poco tempo i poveri morti. Mani amorose e memori hanno preparato, ho detto, sul desco in cucina il fugale cibo. Tutti nella casa dormono. Solo essi vegliano, si curvano sul letto dei loro cari dormienti e leggono finalmente nel cuore, e molte cose che nella vita li rattristano sono ora comprese e perdonate. Si dice che in quella notte i defunti possano compiere opere buone a pro dei loro famigliari viventi, dimostrazione di quell’amore che sopravvive oltre tomba e di quel misterioso legame che avvince il mondo dei vivi a quello dei trapassati.

Il contadino e il montanaro non amava, nei tempi andati, di farsi trovare fuori a mezzanotte in quella ricorrenza, e se era costretto a farlo si ritraeva a camminare  a lato della strada o del sentiero, perchè in mezzo passavano i “ritornanti”, affrettava il passo, si faceva il segno della croce ed aveva l’impressione e l’illusione di veder ardere una sequela di fiammelle. 
Di queste processioni delle anime, altrimenti dette in Val d’Aosta cours, è ricco il folklore di altre regioni e nazioni.

Anticamente a Coggiola usavano recare in sepoltura il morto sul cataletto, (senza cassa): ora accade che passando su di un sentiero impervio, i quattro portatori inciampassero rovesciando il cataletto.
Il morto che si chiamava Giors  (Giorgio) ruzzolò lungo il verdeggiante pendio. Uno dei portatori, spirito faceto, gli gridò: Giors tent a j’erbette (Giorgio tieniti alle erbette). L’aneddoto antico è tuttora ricordato: l’umorismo nel macabro.
Permeate di mesta e gentile poesia sono, al contrario, le seguenti tradizioni funebri, sempre di Coggiola. Quando nei tempi andati moriva un bimbo, questi era recato alla sepoltura nella culla con un fiore rosso in bocca. Sovente la culla era portata da una donna velata in lunghe vesti, della quale si scorgevano solo i piedi.
Se non ripugnasse alla nostra morale cristiana, non si crederebbe ravvisare in ciò, nel velo che copre il viso alla funebre portatrice, quasi un simbolo del cieco destino?
Giunti al cimitero, si toglieva il morticino dalla culla e lo si deponeva nella bara. Mi risulta che tale tradizione si praticasse non solo a Coggiola, ma anche in altre località del biellese, e in genere, in tutti i paesi del Piemonte: sempre però con qualche variante. 

Nei paesi del biellese le donne che appartenevano all’antica e pia associazione delle figlie di Maria, erano sepolte con l’abito dell’associazione (lungo camice bianco, cintura azzurra, nastro azzurro al collo che reca infilata la medaglia della V.Maria, velo bianco in capo). 
A Camburzano anticamente si avvolgeva la persona morta, dopo averla vestita, in un lenzuolo e la si deponeva nella cassa nella quale avevano sparso lana di materasso. Sul viso dell’estinto stendevano un lino finissimo, affinchè la terra, procedendo il tempo nella sua opera di dissolvimento, non arrivasse subito a contatto con il viso.
Anticamente però, mi ha informato un montanaro, i morti non si vestivano, ma veniva loro cucito attorno al corpo un lenzuolo. Questa usanza affonda le radici nei più lontani tempi ed in lontane regioni.

Ritornando alle tradizioni di Coggiola: quando il morto era una persona facoltosa, la sua famiglia usava distribuire ai bimbi, che nella sepoltura portavano il cero, delle pezze di stoffa denominate “cappuccetti” perchè erano piegate ad angolo, si da simulare dei cappucci. Sempre a Coggiola quando moriva una persona si usava dai famigliari distribuire del pane ai poveri che prendevano parte alla sepoltura. 

A questo proposito mi piace riportare da un testamento del 1516; testamento di Comino figlio del fu Agostino Dal Pozzo di Ponderano ( la casa Dal Pozzo si estinse con Maria Vittoria, moglie del Principe Amedeo ex Re di Spagna e padre di Emanuele Filiberto, comandante della III armata nell’altra guerra).

“…ordina a sua moglie Maria di distribuire, secondo l’uso del luogo, dopo la sua morte, l’elemosina di pane, carne, legumi e un boccallo di vino da distribuirsi ad ogni famiglia (bisognosa) di Ponderano. Se la moglie non gli ubbidisse gli eredi devono fare l’elemosina di un “coppo” di sale in suffragio dell’anima sua per ogni famiglia. Fare l’elemosina di un piatto di parasidi (legumi) e poca carne da farsi ogni anno, durante la vita di Maria e degli eredi”. Antica usanza, tuttora in uso specialmente nei paesi, convocare a pranzo, dopo la sepoltura, parenti e amici.

Alcuni paesi del biellese sono divisi in Cantoni. E’ prassi tuttora esistente nel cantone biellese l’entre-aide, “darsi un colpo di mano”(come si suol dire). Ad esempio tollerare depositi provvisori, aiutarsi nelle disgrazie, comunicarsi ecc.
L’entre-aide maggiormente si esplicava in caso di morte. Due persone del cantone erano tenute a fare il giro degli altri cantoni a dare il triste annuncio, anche se il defunto non era con essi parente. Le donne del cantone avevano il privilegio della vestizione. Al falegname del cantone era obbligo costruire la cassa. Una delle donne del cantone nella sera della veglia funebre, comandava il rosario e intonava le litanie, presente il cadavere. Come succede ora.
Famigliari ed amici vegliavano affettuosamente l’estinto. Prima di chiudere la cassa prendevano da esso commiato con un bacio, e con una supplica formulata, nel grande silenzio, a viva voce: ” tu vai nella pace: ricordati di coloro che abbandoni e che rimangono in guerra” Io stessa ho assistito rabbrividendo alquanto a tale scena.

Emanuele Sella informò che a Valle Mosso, nella parrocchiale, fu trovato in una cripta il cadavere del teologo Giovanni Cassinis seduto con il viso rivolto verso l’altare maggiore. Fatto abbastanza recente, ma che può ricollegarsi ad un antichissimo rituale funerario. Del resto le salme dei vescovi di Biella, esumate dalla cripta sottostante al Battistero, erano state sepolte in piedi.

Virginia Majoli Faccio
L’insidia del meriggio
ed. Ieri e Oggi

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