Riti funebri e credenze popolari

Rito funebre Coggiola - ph. credit delcampe.net
Rito funebre Coggiola - ph. credit delcampe.net

Superstiziose credenze si accompagnano alle funebri tradizioni nella fantasia del popolo. Si crede che lo spirito di chi è morto non possa avere pace prima che sia stato fatto il bucato dei suoi indumenti e delle lenzuola, e anche della lana e della fodera del materasso, recitando un ave Maria  e un requiem per la povera anima ogni volta che si rovescia sul mastello la pentola dell’acqua che non deve essere bollente, ma appena calda. In altre località del Piemonte e anche in Lombardia e nel Veneto, si usa nella veglia funebre recitare tanti requiem quanti sono gli anni della persona defunta. Si crede anche che baciando il morto nella sua bara non si avrà mai paura del suo fantasma, e che sognando verso il primo mattino il defunto in aspetto florido esso goda della eterna pace: se è triste e macilento significa che il suo spirito ha bisogno di essere suffragato. 
E’ di male augurio sognare di essere baciati da una persona morta: è segno che tra poco la seguiremo nell’al di là.
Si crede pure, e la credenza è assai diffusa, che i parenti della persona defunta non possano trovare rassegnazione prima che siano trascorsi i tre mesi dal luttuoso evento, fino a tanto cioè che nella sua tomba il cuore del morto non venga consumato. Si dice pure che non bisogna piangere disperatamente i morti, altrimenti non possono trovare pace.

Lacchio Aurelia in Scarrone di Roppolo mi ha narrato che non bisogna mai piegare le lenzuola nel senso della lunghezza; porta sfortuna, perchè così si avvolgono i morti. Bisogna piegarle nel senso della larghezza.
Quando alla massaia si slaccia, attorno alla cintura, il grembiule, si che cade ai suoi piedi, ed essa lo calpesta, è segno di sventura. Inoltre si crede che gli oggetti messi casualmente in forma di croce, posate incrociate, fuscelli ecc. rechino presagio di morte.
Port la crus ad viner Presagio di morte per un membro della famiglia del defunto fare la sepoltura di venerdì.
Quando una persona è in punto di morte, qualche tempo prima ha un lieve ma pur visibile miglioramento, e fugacemente si riprende, come una candela che dona l’ultimo e più vivido guizzo, prima di spegnersi. Nel biellese ciò è definito ‘l mijurin d’la mort  (il miglioramento della morte).
Triste presagio quando il cane urla da lupo; uno dei suoi padroni o qualcuno del vicinato dovrà morire; la superstizione è diffusa ovunque. In Francia si dice: “le chien hurle la morte”. Uguale funebre pronostico è il singulto della civetta.
Cattivo presagio quando un’albero da frutta fiorisce fuori stagione: il suo proprietario dovrà morire entro l’anno.
Quando si semina in un aiuola, sia fiori che verdura, l’aiuola dev’essere interamente seminata: se si lascia, fra mezzo, una parte incolta, si lascia “il sepolcro” per qualcuno della famiglia.
Al 3 novembre non si deve spazzare la casa, si dice in diversi paesi del biellese, perchè si spazzerebbero via le anime. Credenza nota anche nella valle d’Antrona.
I dentini che cadono ai bimbi, quando li cambiano, sono deposti con molta cura in qualche buco esistente nei muri della casa, delle stalle o delle travate. Si crede che nel giorno della resurrezione della carne, giudizio universale, i possessori di essi vengano a riprenderseli. Nel biellese e in generale in tutta Italia, si usa recitare nelle case il rosario alla vigilia del giorno dei morti.

Ho fatto cenno al culto che il popolo manifesta anche oggidì per i defunti. Esso, al pari delle passate generazioni, crede fermamente che le anime possano palesarsi ai vivi, e , come già ho detto, aiutarli in talune particolari circostanze. 
A Camburzano si narra di una donna che era devota alle anime e che da esse fu aiutata. La donna, una mugnaia, aveva il mulino lontano dalla sua abitazione, ed ogni sera, andando a dormire a casa, lasciava il mulino incustodito. Un giorno alcuni del paese le domandarono: “ieri notte sei rimasta al mulino?”
“No – rispose lei stupita – sono andata come al solito a dormir nella mia casa. Perchè questa domanda?”
“perchè abbiamo visto il lume acceso all’interno”
Allora la donna comprese che forse coloro che avevano parlato, o altri, s’erano avvicinati al mulino coll’intento di rubare, e che, forse, le anime del purgatorio, in compenso della sua devozione, avevano suscitato quelle luci onde simulare che il luogo fosse abitato e allontanare perciò i ladri.
Non sappiamo quanto di vero contengano queste narrazioni dominate da un senso arcano e trascendentale. Ma certo è, e questo la nostra fede ci consente di credere, che su di noi, tuttora pellegrini in questa valle di lacrime e di insidie, i nostri trapassati, che tutto comprendono perchè giunti dall’immortale vita della verità e della pacificazione, esercitano una continua e vigile protezione, e continua, seppur invisibile ai nostri occhi mortali, ci è accanto la loro presenza.

E questa certezza è quella di rivederli un giorno, forse lontano o forse vicino, ci rende meno dura la loro dipartita  e meno squallido il vuoto che attorno a noi hanno lasciato.

 

Virginia Majoli Faccio
l’insidia del meriggio

ed. Ieri e Oggi – Biella

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